Quando la musica forma la vita

Il musicista folk Hans Jocher suona 23 strumenti. Mentre nei brani della compositrice Manuela Kerer possono far capolino anche degli spazzolini elettrici. Abbiamo incontrato i due artisti per parlare della loro infanzia, della musica folk autentica…

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Quando la musica forma la vita

Il musicista folk Hans Jocher suona 23 strumenti. Mentre nei brani della compositrice Manuela Kerer possono far capolino anche degli spazzolini elettrici. Abbiamo incontrato i due artisti per parlare della loro infanzia, della musica folk autentica…

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Hans, quanti strumenti suona?
Hans Jocher: Per un bel po’ non lo sapevo neanch’io! Poi un giorno mi sono messo a contarli e mi sono fermato a 23, ma probabilmente sono di più: violino, arpa, salterio, cetra, cornamusa, scacciapensieri, “raffele” (una cetra arcaica, ndr), ghironda, tromba…

Manuela Kerer: 23 è un numero davvero impressionante!

Con quale strumento ha iniziato?
Hans Jocher: Con una cetra da tavolo regalatami da uno zio nel 1944. Oggi ha circa 160 anni e continuo a suonarla. Un antenato della cetra è il “raffele”, che mi si vede suonare anche in diversi film degli anni settanta ambientati in Alto Adige.

Manuela Kerer: Il raffele si sente anche nella mia opera “TOTEIS”.

Della sua prima cetra si narra una bellissima storia che inizia con l’abbattimento di un bombardiere americano… ce la racconta?
Hans Jocher: Alla mia cetra mancavano la chiave per accordare e gli anelli per pizzicare le corde, che allora erano pressoché irreperibili. Il 29 dicembre 1944 venne abbattuto un bombardiere americano sopra Meluno. Un’ala finì in un bosco non lontano da qui, l’altra più in alto, subito sotto Valcroce, mentre la carcassa della fusoliera atterrò nel giardino di un maso. C’erano frammenti sparsi ovunque. Raccolsi dei pezzi di metallo per fabbricare gli anelli e la chiave, e utilizzai dei fili trovati qua e là per le corde. Ancor prima, il padre della mia futura moglie era riuscito a recuperare il pilota, salvandolo da un sicuro assideramento. Era andato nel bosco con cane e fucile da caccia e lo aveva trovato dopo mezza giornata di ricerche. Era disarmato e senza dubbio più impaurito del mio futuro suocero. Ormai il pilota è deceduto da tempo, ma siamo ancora in contatto con la sua famiglia, che viene a farci visita regolarmente.

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Come siete diventati musicisti?
Hans Jocher: La musica mi accompagna fin dalla prima infanzia. Nella stube della nostra casa c’era un grammofono, un vero e proprio armadio. Mi mettevo in piedi di fronte al mobile e facevo finta di dirigere.

Manuela Kerer: Il mio primo strumento è stato il salterio. Avevo quattro anni: mia sorella prendeva già lezioni di cetra e anch’io volevo imparare a suonare uno strumento. Naturalmente non sapevo ancora leggere le note. Per aiutarmi, l’insegnante dipingeva di vari colori le corde e le note sugli spartiti. Più tardi sono passata al violino, mentre i miei fratelli hanno scelto gli strumenti a fiato, come si usava allora in Alto Adige.

Hans Jocher: Anch’io sono passato dai primi strumenti alla musica bandistica. Mio fratello stava imparando a suonare il clarinetto. La sera non voleva attraversare il bosco da solo per andare a lezione, così mi offrii di accompagnarlo. Il capobanda si accorse del mio entusiasmo e mi mise in mano un flauto traverso. Da allora mi fu permesso di partecipare alla lezione. Era il 1945. Appena un anno dopo entrai a far parte della banda. All’epoca si suonava un po’ ovunque, addirittura nei campi. Durante l’aratura, i cavalli andavano da soli lungo il solco, mentre io camminavo al loro fianco suonando il flauto dolce. Quando portavo al pascolo le pecore avevo sempre con me il clarinetto, il flicorno o una piccola cetra che mi ero costruito da solo. In seguito, intorno ai 13 o 14 anni, il direttore della banda mi fece entrare nel coro della chiesa, mi diede lezioni di violino e mi iscrisse a un corso per capobanda.   

Eppure, non è mai diventato un musicista professionista…
Hans Jocher: No, ho sempre voluto fare l’insegnante, una passione che devo in gran parte alla mia maestra delle elementari, che ammiravo molto. All’istituto magistrale di Merano ho imparato a suonare l’organo e il pianoforte e ho preso lezioni di armonia. La musica ha sempre fatto parte della mia vita e mi è stata d’aiuto anche durante il servizio militare…

Ci racconti!
Hans Jocher: Non avevo ancora concluso la formazione magistrale quando arrivò la chiamata. Durante il servizio di leva, in realtà, non avrei potuto rimanere a Merano. Per fortuna, il direttore della banda stava cercando un trombettista per la banda militare. Un collega fece il mio nome, mi presero e mi fu permesso di rimanere a Merano.

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Hans Jocher

Musicista e polistrumentista, nasce nel 1933 al maso Frötscherhof di Meluno di Sopra. A 11 anni impara a suonare la cetra, seguita poco dopo da flauto traverso, chitarra e numerosi altri strumenti. Ne suona oggi più di 23. Molto giovane entra a far parte del coro e della banda della chiesa, frequentando anche un corso per capobanda. Diplomatosi all’Istituto magistrale di Merano, lavora come maestro elementare a S. Andrea fino al pensionamento. Hans Jocher ha diretto numerosi cori e orchestre, tra cui il coro misto dell’Istituto magistrale e un coro femminile di studentesse del Collegio arcivescovile delle Dame Inglesi. Da musicista si è esibito in diversi film e pièce teatrali e ama ancora oggi suonare e cantare brani tradizionali per altoatesini e ospiti. 

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Manuela Kerer

La compositrice nasce nel 1980 a Bressanone. Studia violino e composizione al Conservatorio di Innsbruck e, contemporaneamente, giurisprudenza e psicologia all’Università di Innsbruck, conseguendo un dottorato in entrambe le facoltà. Nelle sue composizioni di musica contemporanea, l’artista ama esplorare e ampliare i confini dell’espressione musicale, utilizzando in parte strumenti inusuali. Manuela Kerer è anche autrice di brani per opera e teatro musicale. La prima dell’opera “TOTEIS”, il suo ultimo progetto, si è tenuta a settembre 2020 a Vienna in una versione per orchestra da camera, mentre a marzo 2021 a Bolzano si terrà la versione per orchestra. L’artista compone per diverse orchestre come Kaleidoskop di Berlino e Klangforum di Vienna, e ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali la Borsa di studio statale austriaca di composizione e il Premio Walther von der Vogelweide.

Manuela, anche nelle sue composizioni spiccano alcuni strumenti inusuali…
Manuela Kerer: Nel mio caso è il soggetto a determinare gli strumenti e, anche se mi occupo di musica contemporanea, amo mostrare le mie radici. Accade così che in un brano faccia capolino il raffele, cogliendo tutti di sorpresa! Ma suono da sempre anche il pianoforte e, dagli anni del conservatorio, il contrabbasso. Comunque sì, è vero: talvolta utilizzo degli strumenti inusuali, dal tagliauova allo spazzolino elettrico.

Quanto è importante, a livello di composizione e nel rapporto con i musicisti, suonare più strumenti e conoscerne le possibilità?
Manuela Kerer: È senza dubbio molto utile. Le mie conoscenze di violino, ad esempio, mi aiutano nei passaggi particolarmente difficili. Se i musicisti pensano di non riuscire a eseguire un determinato passaggio con il loro strumento, posso convincerli del contrario eseguendolo sul mio. Questo non crea solo sorpresa, ma rafforza anche la fiducia reciproca.

Quali sono le sue radici musicali?
Manuela Kerer: Il silenzio che, ogni tanto, regnava in casa nostra e la rendeva diversa dalle altre. Ricordo che, nelle case dei miei amici, in sottofondo ronzavano sempre radio e televisori. Da noi non era così. Il silenzio mi ha plasmato almeno quanto il negozio di casalinghi dei miei genitori nel quale sono di fatto cresciuta. Lì c’erano ad esempio i tagliauova di cui parlavo prima. Ma ricordo soprattutto le enormi pile di carta di giornale che utilizzavamo per avvolgere la porcellana, e poi i rumori e il suono del vetro e della porcellana quando li si fa risuonare per controllarne l’integrità.

Nei suoi brani non soltanto utilizza strumenti inconsueti, ma mette anche in musica soggetti molto originali, come alcuni articoli del Codice Penale italiano o la sua città, Bressanone. Ma che suono ha Bressanone?
Manuela Kerer: È molto sfaccettato. È forte e al tempo stesso lieve, racchiude le voci di numerose persone e, naturalmente, il suono delle campane del Duomo, che non può mancare in una città vescovile. La musica contemporanea è riservata a un pubblico molto ristretto, ed è un peccato. Capita spesso che ci siano più persone sul palco che in sala. Proprio per questo volevo che il pezzo venisse eseguito in un luogo affollato e così ho scelto l’inaugurazione della biennale Festa del centro storico di Bressanone. Penso che molte persone non sappiano che cosa si perdono. La musica è anche questione di abitudine: chi la conosce da sempre ascolta in modo completamente diverso da chi la scopre più tardi. La radio ha purtroppo contribuito ad appiattire la nostra capacità di ascolto.

Adesso vorremmo sapere qual è il suono del Codice Penale…
Manuela Kerer: Nel Codice Penale ci sono anche leggi piuttosto curiose, come quelle che sanzionano gli atti osceni in luogo pubblico o la bigamia. Per esprimere la bigamia ho scelto una soluzione piuttosto immediata: l’incipit è dato da due voci, alle quali se ne aggiungono sempre di nuove. E nel brano sugli atti osceni in luogo pubblico, in un passaggio i musicisti devono inserire degli stoppini per le orecchie tra le corde... Nella musica contemporanea anche la preparazione e l’estensione dello strumento hanno un ruolo centrale, come punto di avvio per esplorare territori sempre nuovi.

Quanto Alto Adige c’è nella sua musica? E quanto c’è di Londra o New York, due città nelle quali ha soggiornato?
Manuela Kerer: L’Alto Adige rappresenta le mie radici, che come per Hans affondano nella musica folk, da non confondersi, come spesso si fa, con la musica popolare. Poi, al più tardi negli anni della scuola, mi sono avvicinata alla musica d’arte, da Bach a Beethoven ad Alban Berg, per citare anche un compositore moderno. Anche nelle opere di questi artisti si trovano riferimenti alla musica tradizionale, che era parte delle loro radici. Dall’altro lato, veniamo naturalmente influenzati dai viaggi, dalle tradizioni musicali e dagli strumenti delle diverse culture con le quali entriamo in contatto. Anche gli ideali contano: la musica è uno specchio della società e in quanto tale è, e deve essere, “politica”.

Lei non ha studiato soltanto violino e composizione, ma anche psicologia e giurisprudenza, conseguendo persino un dottorato in entrambe le facoltà. Come ha sviluppato interessi così vari?
Manuela Kerer: Credo che ogni persona abbia interessi molto vari. All’inizio pensavo che mi sarei fermata alla semplice laurea, che le mie tante attività non mi avrebbero comunque permesso di proseguire oltre. Questa leggerezza mi ha aiutato, soprattutto durante l’impegnativo studio del diritto. Trovo poi molto interessante l’interazione della psicologia e della giurisprudenza con la composizione. Entrambe rappresentano un grande arricchimento per la mia musica.

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Manuela e Hans, potete raccontarci un momento particolare della vostra carriera musicale?
Manuela Kerer: È, anche in questo caso, un momento legato a Bressanone. Durante la prima edizione del Water Light Festival, nel 2017, posizionai cinque pianoforti a coda nella penisola alla confluenza della Rienza e dell’Isarco. Erano in programma diversi concerti, tutti con inizio all’alba, alle cinque del mattino. Ci avevano avvertiti che non sarebbe venuto quasi nessuno, invece già al primo appuntamento si presentarono in 800. È stata un’esperienza molto speciale, anche grazie alla bellezza del luogo e all’atmosfera mattutina nella natura.

Hans Jocher: La musica mi accompagna da sempre, ci sono stati tanti momenti speciali. Ho visitato molti Paesi e ho conosciuto musicisti di tutto il mondo oppure li ho accolti qui in Alto Adige. Mi sono rimasti particolarmente impressi gli incontri con i musicisti giapponesi e il modo in cui suonano la cetra.

Quali sono i vostri progetti attuali?
Manuela Kerer: Innanzitutto l’opera “TOTEIS”, incentrata sulle vicende di Viktoria Savs, che durante la prima guerra mondiale si arruolò travestendosi da uomo. Esaltata in seguito dai nazisti con il titolo di “eroina delle Tre Cime”, morì, dimenticata da tutti, a Salisburgo nel 1979. Da giovane, Savs fu vicina alle figure di spicco del nazismo, un passato che non rinnegò mai.

Hans Jocher: Musicalmente parlando, anch’io sono ancora ben lontano dalla pensione! Continuo a suonare in diversi alberghi della zona. Molti ospiti abituali chiedono già al loro arrivo se il caro Hans si esibirà.

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Intervista: Ariane Löbert
Foto: Michael Pezzei 
Originariamente la storia è stata pubblicata su COR - The Local Magazine Nr. 3.
Editore: Ex Libris, Bolzano
Pubblicazione: 2020