Io resto qui

A Castel Trostburg, dove un tempo risiedevano conti e cavalieri, oggi vive solo Terese Gröber. Quando guida i visitatori tra le antiche mura, nei suoi racconti rivivono le affascinanti storie del passato.

  • febbraio 2020

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Io resto qui

A Castel Trostburg, dove un tempo risiedevano conti e cavalieri, oggi vive solo Terese Gröber. Quando guida i visitatori tra le antiche mura, nei suoi racconti rivivono le affascinanti storie del passato.

Quando Terese Gröber, che tutti chiamano affettuosamente “la Tresl di Castel Trostburg”, si accosta alla finestra della sontuosa sala rinascimentale e lascia scorrere lo sguardo sulla valle Isarco, è come se tutto il passato si affacciasse sul presente. Alle spalle dell’anziana donna, avvolti nel silenzio, si scorgono i ritratti in stucco dei conti di Wolkenstein. Da qui la vista spazia fino ai paesini di Barbiano, Laion e Villandro, che sembrano aggrapparsi al ripido versante, circondati da prati e boschi. Giù in basso, nel fondovalle, la frenesia del mondo moderno non conosce sosta. Le automobili sfrecciano, i fari lampeggiano: la follia della civilizzazione. Fra le possenti mura di Castel Trostburg, sopra Ponte Gardena, regna invece la pace. Un silenzio benefico. La Tresl del castello fa un respiro profondo. “Sono felice e grata di poter vivere quassù”, dice.
 
Terese Gröber, che oggi ha 73 anni, ha trascorso qui tutta la vita. La sua famiglia, alle dipendenze dei conti di Wolkenstein, ha provveduto per lunghi anni a mantenere in buono stato la proprietà. Oggi la signora Gröber accompagna i visitatori tra le mura dell’antica dimora e narra loro le storie dei cavalieri, dei baroni e dei conti che un tempo vi risiedevano. Terese parla anche del presente, di una vita fatta di fatiche e del perché, nonostante tutto, non voglia lasciare questo posto: il castello è la sua casa e, se vi si spegnesse anche l’ultima fiammella di vita, andrebbe ben presto in rovina.

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Venerabile età: la storia di Castel Trostburg

Castel Trostburg svetta, a 627 metri di altitudine, sulla gola che il fiume Isarco ha scavato nella roccia nel corso dei millenni. La sua storia risale al XII secolo, quando a risiedervi erano i signori di Velturno. Intorno al 1290, tacciati d’essere dei briganti, dovettero tuttavia cedere il castello al Conte del Tirolo. Questi lo concesse a sua volta in feudo ai signori di Villandro e in seguito alla dinastia dei Wolkenstein, che lo elesse a propria residenza per 600 anni. Il maniero subì un ampliamento tra il XIV e il XVI secolo, per essere infine rinnovato in stile rinascimentale nel XVII secolo a opera del conte Engelhard Dietrich von Wolkenstein. Da allora in poi il castello fu utilizzato soltanto come residenza estiva.
 
Terese Gröber ci invita a varcare la soglia. Solleviamo istintivamente lo sguardo: la saracinesca del portale con i suoi puntali di legno incute ancora un certo timore, e le bertesche, che nel Medioevo aiutavano a tenere lontano il nemico, non hanno perso il loro aspetto cupo. Il cortile interno emana invece un’atmosfera idilliaca, con i suoi gerani, gli oleandri, le ortensie piantate addirittura dalla madre di Terese, con le colonne, gli archi e la scala che conduce all’interno del castello. Un affresco decora una parete esterna: raffigura l’albero genealogico dei conti di Wolkenstein. Tra gli antenati si trova il nome di Engelhard Dietrich, ma anche quello di Oswald von Wolkenstein, il celebre menestrello generalmente ritratto con un occhio chiuso.

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“Il Toni dei maiali” e la contessa dormigliona

A destra si apre una cucina nera di fuliggine, mentre la porta successiva conduce alla stanza del caminetto. Più avanti si trova il mastio, dalle mura spesse ben due metri e mezzo, che un tempo offriva riparo in caso di pericolo. I passi rimandano un suono inquietante. Attraversare queste antiche mura significa anche attraversare la storia delle famiglie, dei tanti bambini, dei soldati e dei parroci che abitarono il castello nel corso dei secoli. Sentiamo una corrente d’aria e il sìbilo del vento. “Il vento è di casa nel castello”, dice la signora Gröber, prima di spiegarci che il nome “Trost”, in tedesco medievale, significava “regnante”, “signore”, ma anche “fiducia”. Ci apre il portone della cappella, che stride e cigola: inginocchiatoi di legno antico e scuro, un sobrio altare. Dal soffitto, ci osserva una Madonna che tiene tra le braccia il Bambin Gesù. Negli affreschi si scorge spesso la figura di sant’Antonio abate: monaco egiziano, asceta, eremita e “padre del monachesimo”, raggiunto nel deserto dalla visione del diavolo. I credenti, da queste parti, lo chiamano Fåckn-Toni, “il Toni dei maiali”. Il santo è infatti il patrono dei contadini, dei macellai e degli allevatori di maiali. “Ancora oggi”, racconta Terese, “ogni tanto qualche anziana contadina sale al castello e chiede di poter entrare nella cappella per pregare per la cucciolata della propria scrofa”.

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La signora Gröber racconta della sua infanzia, delle giornate trascorse a giocare nel bosco assieme ai fratelli e alle sorelle e di come i bambini aiutassero nei lavori di stalla. “Al mattino dovevamo parlare pianissimo, perché le nostre voci rimbombavano tra le mura del castello disturbando la contessa, che amava dormire fino a tardi”, ricorda. Già, la contessa. Ai bambini la nobildonna raccontava del mondo, del Sud, del mare. Di tutti quei luoghi che Terese non ha mai visitato, se non in sogno. “Ho preferito restare qui”, afferma in tono asciutto. A un certo punto, però, non fu più possibile arrestare il declino del castello. I conti se ne andarono, i genitori di Terese morirono, i fratelli e le sorelle si trasferirono a valle. Soltanto Terese voleva restare. Ma come fare? Nel 1967 i membri dell’Associazione dei castelli dell’Alto Adige fondarono una società privata per salvare Castel Trostburg dalla rovina. Qualche anno più tardi, il castello diventò un museo e la sede ufficiale dell’Istituto dei castelli dell’Alto Adige. E Terese poté rimanere. Per occuparsi del castello. “Il castello mi appartiene, e io appartengo al castello”, afferma. 

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Un mondo soltanto suo

Nei decenni passati da allora, la signora Gröber ha fatto da guida ai visitatori. In più pulisce, strofina con spazzola e sapone i pavimenti, accudisce una cavalla e il suo puledro, alcune galline e tre gatti. Anni fa, racconta, scendeva in paese un giorno sì e un giorno no, e naturalmente la domenica per la prima messa del mattino. Camminando sulle pietre scivolose del ripido sentiero. Oggi lascia il castello soltanto ogni due settimane per fare la spesa: pane, burro, latte. La solitudine? Terese fa cenno di no. “Tanto viene moltissima gente a trovarmi quassù”, dice. Alcuni visitatori che si credono provetti alpinisti giungono sudati e ansimanti al portone del castello. La signora Gröber sorride. Un tempo lei saliva e scendeva camminando sui tacchi. Ora una nuova strada è in costruzione e presto ci sarà anche un collegamento internet. Adesso ride: “Internet?”
 
Terese ci invita nella sua stube, subito a sinistra dell’ingresso. Santini, fotografie di famiglia, una stufa in maiolica, un vecchio telefono a rotella. Un vecchio televisore. A volte, quando c’è il temporale, salta la corrente e le tocca munirsi di torcia. E se le batterie si scaricano, allora accende un paio di candele. “Internet”, ripete divertita. I suoi occhi vispi luccicano, uno dei gatti le si strofina attorno alle gambe. “Sarà pure indispensabile, oggigiorno. Io però non ne sento il bisogno”, aggiunge. Quando la sera guarda il telegiornale e apprende del mondo di “laggiù” con i suoi ritmi indiavolati, allora è davvero felice di vivere “quassù”. In questo mondo diverso, un mondo soltanto suo. 

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Intervista: Lenz Koppelstätter
Foto: Silbersalz - Caroline Renzler 
Originariamente la storia è stata pubblicata su COR - The Local Magazine Nr. 2. Editore: Ex Libris, Bolzano