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novembre 2015

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Vino Rosso

La musica è in grado di unire. Lo dimostra la band Vino Rosso, che fonde linguaggi e generi musicali opposti.

In Alto Adige sono celebri per esibirsi in pantaloni di pelle. Se state pensando al rock anni ’80 vi sbagliate. Vino Rosso è il nome della band alpine reggae, che mescola jazz, ska e musica tradizionale delle Alpi. Il loro obiettivo? Unire le persone. E farle saltare. Parola mia, ci riescono. Mentre li guardavo suonare, ho pensato che riuscirebbero a far perdere la compostezza anche al pubblico del Teatro alla Scala. Che tocchino corde, percussioni o fiati, questi nove giovani musicisti meranesi danno vita a un twist unico. Cosmopolita e locale.

vino rosso

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Christian Kuppelwieser - organo/piano, Thomas Dekas - chitarra, Thomas Ebner - percussioni, Sven Albertini - chitarra, Simon Staffler - voce, Dominik Told - basso, Lorenz Winkler - sassofono, Gregor Wohlgemuth - tromba, Lukas Staffler - trombone.

Insieme al frontman Simon Staffler ci siamo immersi in un universo fatto di musica e parole. I Vino Rosso sono la fusione ben riuscita di opposti che, di norma, non si attraggono e non si comprendono: vestono alla maniera tradizionale - camicia a quadri e Lederhosen - ma predicano l’uguaglianza linguistica e la vicinanza tra i popoli, suonano a Merano ma vivono sparsi in Europa, provengono da background musicali diversi eppure riescono a suonare insieme. E sembra siano cittadini del mondo. Sarà perché non si lasciano spaventare dalle divergenze linguistiche?

In un vostro video (Huamkemmen ndr) parlate di tornare a casa. Ti va di raccontarci la vostra percezione dell’Alto Adige?
Comincio andando un po’ indietro. Noi siamo nati tutti in Alto Adige, abbiamo frequentato qui le scuole. Poi, per proseguire gli studi o la nostra formazione, abbiamo dovuto e voluto scegliere di andare all’estero. L’ Alto Adige resta una piccola regione, siamo solo in 500.000 persone. Io volevo studiare geografia e per questo sono andato a Milano, gli altri volevano studiare musica e sono andati a Padova, Londra, Berlino e Vienna. Siamo andati in cerca dei nostri sogni, per crescere.

Però poi siete tornati…
 
Quello che ci fa sempre ritornare è che, vedendo il mondo esterno, ci rendiamo conto che qui in Alto Adige c’è una qualità della vita che io, esagerando, definirei quasi over the top. Mangiamo bene e con cibi sani, l’aria è pulita, c’è poca criminalità. Se vivi in una metropoli come Londra queste differenze le noti, fidati. Poi ovviamente qui è la nostra lingua, il nostro essere multiculturali.

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Simon Staffler, cantante e frontman dei Vino Rosso.

La multiculturalità, questo è un argomento che mi interessa. In Alto Adige la multiculturalità ha anche molto a che fare con la storia. Mi chiedo e ti chiedo, se questo non faccia ancora oggi guardare negativamente al passato.
In Alto Adige i processi di cambiamento sono forse più lenti che altrove, questo va detto. Così anche la mentalità e l’apertura al cambiamento. Certo molto dipende da come si cresce. Sicuramente il fatto che tanti vadano a studiare fuori per poi far ritorno a casa con la testa "più aperta" fa tanto. Anche io mi sono reso conto che qui c’erano delle cose che avrebbero fatto la differenza nella mia vita. Cose che si danno per scontate e che rivaluti solo quando vai via.

Pensi che l’Alto Adige diventerà sempre più multiculturale?
Assolutamente sì. Qui possiamo già parlare tre lingue e magari diventeranno sempre di più. È un po’ come vivere una piccola utopia.

Capisco cosa intendi. A volte torno a casa e sono contenta per aver potuto parlare lingue diverse durante la giornata. Poi c’è il dialetto sudtirolese, anche se quello è un'altra storia. Chi viene da fuori sicuramente si stupisce per questa varietà linguistica. Anche un altoatesino se ne rende conto?
Non sempre. Sia tra i parlanti italiani che tedeschi c’è chi dice: non mi interessa, io parlo solo la mia lingua, quelli ci occupano, oppure tornatevene in Austria ecc…Purtroppo non tutti la pensano come noi. Al contempo c’è chi si rende conto che viviamo in un’Europa unita e ha una maggiore apertura.

Forse l’apertura alle lingue è anche una questione di mentalità. Se ci si apre al mondo allora significa che se ne ha voglia, altrimenti no..
Giustissimo. Aprirsi può essere un rischio però e non tutti sono pronti a farne le spese.

Tu canti in inglese, italiano, tedesco e dialetto altoatesino. In base a cosa decidi se scrivere una canzone in dialetto altoatesino, piuttosto che in italiano o in inglese?
Per me è naturale. Mio padre è di madrelingua italiana, mia madre tedesca. Nel gruppo siamo in molti a essere mistilingue, chiamiamoci così, anche se non mi piace questa parola. Accanto all’italiano e al tedesco, l’inglese lo studio dalla seconda media, guardo film e ascolto musica in lingua, ho amici con cui parlo solo inglese…quindi perché non scriverci anche canzoni? Quando proviamo una canzone e ne sento il ritmo si crea un feeling e so già in che lingua dovrò scrivere il testo. Non c’è un motivo, direi che è un istinto.

Però ci sono altri artisti che fanno una scelta più razionale e decidono in quale lingua scrivere, magari perché è la loro lingua madre oppure per un discorso di commercializzazione o ancora di sonorità.
Noi non siamo di questo pensiero. Quando lavoriamo a un nuovo brano cerchiamo sempre di valutare se starebbe bene in italiano, tedesco ecc.. Scegliamo una lingua per come suona. Non ci decidiamo per l’una o l’altra esclusivamente, né facciamo prese di posizione perché così diventerebbe un limite. In Alto Adige abbiamo anche tanti dialetti: Val Pusteria, Val Venosta o Val D’Ultimo hanno dialetti differenti. Così abbiamo una grande possibilità di espressione. Anche questa secondo me è una ricchezza.

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Mai senza Lederhosen. I Vino Rosso amano essere se stessi (e distinguersi così facendo), perché bisogna avere il coraggio di fare delle scelte. Parola del frontman Simon Staffler.

A proposito di aprirsi al mondo, nel video di "Huamkemmen" indossate tutti vestiti tradizionali e Lederhosen (pantaloni tradizionali di pelle ndr). Perché avete fatto questa scelta? Vi siete chiesti come l’avrebbe percepito chi è estraneo al mondo altoatesino?
Diciamo che per noi è stata una scelta per restare con i piedi per terra. È importante aprirsi al mondo però non vogliamo dimenticare chi siamo. Noi siamo nati qui, conosciamo e amiamo la nostra terra ma non in modo radicale. È un amore sano. E allora perché non dovremmo esserne fieri e mostrare questa fierezza? Se mettessi dei jeans potrei essere uno di Londra così come di Kathmandu o di New York. Se invece metto dei Lederhosen o dei particolari tipici di questa terra, posso già indirizzare le persone per far capire loro chi sono. La globalizzazione ci sta prendendo tutti. E forse va bene così, ma bisogna anche mantenere la propria identità.

E magari qualcuno di voi ha suonato anche in una banda musicale…
Certo e alcuni lo fanno ancora. Lorenz, Lukas, Gregor. Tutti i fiati suonano ancora nella banda del paese.

E il fatto che loro siano cresciuti a suon di classica e folk influenza la vostra musica?
Ah si certo! Sicuramente il ritmo. La sessione dei fiati è influenzata tantissimo dalla musica folk e tradizionale.

E come combinate poi questo con gli altri generi (jazz, ska e reggae)?
Semplicemente si ri-arrangia tutto, nel senso che un brano si riscrivere musicalmente per ogni strumento. Tutto è fattibile. È bello essere aperti a nuovi stili musicali e anche a fusioni tra generi. Ad esempio puoi combinare musica pop e folk. Non solo cerchiamo di essere unici, vogliamo anche andare avanti senza scendere a compromessi. Non vorremmo mai farlo. Vogliamo essere noi stessi, non cambiare per arrampicarci sull’altare del pop.

Testo: Dora Vannetiello
Foto e video: Vino Rosso

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discover Let's come together

L'obiettivo della band Vino Rosso è avvicinare le persone, abbattere le barriere e le differenze. Per farlo la band si affida alla musica: coinvolgente sempre, monotona mai. I loro testi sono in lingue diverse, a volte in italiano, altre in inglese o tedesco, altre ancora in dialetto sudtirolese.

Mish-mash vincente

La band Vino Rosso è attiva ufficialmente dal 2010, quando ha intrapreso una tournée in Romania. Il nome si rifà alle serate passate dai membri del gruppo a filosofeggiare bevendo un buon rosso. Proprio durante una di quelle serate, nel 2008, è nata l’idea di metter su un gruppo. La loro musica ha un sapore locale e globale, perché mescola le tradizioni alpine, come lo jodel, con le sonorità black, influenze d’oltreoceano, dei generi reggae, blues e jazz. Ad oggi il gruppo sudtirolese ha all’attivo un album (Huamkemmen) e numerosi concerti in tutta Europa.
"Buttate giù le vostre barriere e i pregiudizi che avete in testa! Let’s come together e usate le diversità come dono per un futuro migliore". Questo il messaggio che i Vino Rosso affidano alla propria musica.