Una sedia tira l'altra

I suoi non sono semplici mobili: sono frasi con cui il designer Martino Gamper racconta storie.

  • settembre 2015

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Una sedia tira l'altra

I suoi non sono semplici mobili: sono frasi con cui il designer Martino Gamper racconta storie.

Martino Gamper è uno dei pochi designer altoatesini conosciuti a livello internazionale. Il meranese trapiantato a Londra si occupa in prevalenza di mobili. Diventato famoso nel 2007 con il progetto “100 Chairs in 100 Days”, oggi Gamper disegna per Prada e insegna al Royal College of Art. Non crediate però che abbia la puzza sotto il naso, anzi per lui perfezione fa rima con imperfezione: i suoi mobili sono spesso il risultato del recupero di pezzi vecchi. Dobbiamo farlo per il pianeta, afferma nell’intervista.

All’interno del Museion, il museo di arte moderna e contemporanea di Bolzano, ci sono tante sedie realizzate da Martino Gamper. Noi però ci accomodiamo su altre sedute, perché nel Passage arredato da Gamper nel 2011 in questo momento c’è parecchia agitazione: prove microfono, persone che trasportano bicchieri, altre che preparano succhi di mela e zenzero. Stasera, all’inaugurazione della mostra “Design is a state of mind” curata proprio da Martino, si berranno solo cose sane e fresche come disposto dal designer meranese.

Martino Gamper, in pantaloncini corti e sandali, è la tranquillità fatta persona. Per lui la parola fretta non esiste. È uno di poche parole, e le dice pure a voce bassa. Non sembra proprio una star del design internazionale. Al pari dei suoi mobili, eternamente sospesi tra design e arte, anche Martino sembra vivere di intuizioni estemporanee. Ma non è così, come vedremo nell’intervista. Il suo scopo è raccontare storie e far girare la testa alle persone. E allora parliamone, di questo design. Di come può essere seducente e se è in grado di salvare il mondo. E anche del perché Gamper s’interessa così tanto al tipico “angolo del crocifisso” e invece ignora le stube sudtirolesi. E di cosa c’è di particolare negli stand che ha disegnato per il mercato di Merano. Essendo diventato famoso grazie alle sedie, la nostra conversazione non poteva che iniziare con una domanda che mi frulla in testa da parecchio tempo…

Ho la sensazione che ogni designer, almeno una volta nella sua vita, dovrebbe progettare una sedia. Perché?
Martino Gamper: La sedia è una sfida. È una rappresentazione in negativo del corpo, perché noi ci si sediamo sopra. Già il fatto di avere una funzione ben precisa complica le cose, perché non tutte le sedie sono adatte a ogni corpo. Poi deve possedere eleganza. Sono importanti anche i materiali e le tecniche di produzione ma soprattutto la storia delle innumerevoli sedie esistenti, con le quali bisogna confrontarsi.

Possiamo quindi definire la sedia un capolavoro?
In qualche maniera sì. Se parlassimo di musica sarebbe già un successo. La sedia è l’opera che fa di una persona un designer. Almeno secondo me.

Tu sei specialista di sedie, non a caso la fama l’hai raggiunta con il progetto “100 Chairs in 100 Days”. Quante ne hai disegnate nella tua vita?
Dovrebbero essere tra 150 e 200. E non è finita, perché ogni volta che progetto una sedia imparo qualcosa di nuovo. È un processo evolutivo praticamente senza fine. 

Una sedia di nome Alto Adige

Nella collezione “100 Chairs in 100 Days” ci sono anche sedie dedicate all’Alto Adige?
Sì, ce ne sono di due tipi: le sedie Post-Tirolo e la sedia Bella Vista. Ma ne ho fatte anche altre.

martino gamper posttirolo

Una volta hai detto: “Ogni oggetto deve trovare il suo spazio”. Noi ci troviamo accanto al Museion Passage, che tu stesso hai disegnato. Che posto ti sei immaginato mentre progettavi sgabelli, tavole e panche?
In realtà quando mi sono occupato del Museion Passage non ho pensato in prima battuta ai mobili. Il mio intento era di animare e rendere vivibile questo spazio, per cui il mio concetto non poteva ridursi a piazzare qua e là un paio di sedie. Gli arredi contribuiscono a rendere multifunzionali gli spazi, a creare svariate costellazioni all’interno di un unico contesto. Per gli sgabelli ad esempio ho cercato una forma scomponibile, nel senso che le due parti possono essere staccate e rimontate fino a formare una panca.

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In questo periodo al Museion c’è la mostra “Design is a state of mind”, che si occupa proprio (anche) del contesto. Per l’esposizione hai scelto degli scaffali che hanno fatto la storia del design e poi ci hai messo sopra collezioni di oggetti. È solo il contesto a decidere se un oggetto funziona o meno?
La maggior parte degli oggetti in esposizione ha una bella storia alle spalle. Io cerco di mostrarli in un nuovo contesto e di vedere l’effetto che fa. Più che un semplice curatore di mostre, mi vedo come un narratore di storie. Racconto da dove arrivano gli oggetti, come sono stati realizzati, che uso ne ha fatto l’uomo e lascio la storia in sospeso, affidando al visitatore il compito di immaginare il seguito. Anche perché ognuno nella propria vita ha avuto a che fare con scaffalature e oggetti, creando a sua volta nuovi contesti.

Chi racconta la storia: lo scaffale o il narratore?

Un oggetto inizia a vivere solo quando trova un contesto?
Le storie arricchiscono l’oggetto. Tante più storie si incrociano in esso, tante più persone lo utilizzano, tanto più grande sarà il contesto che si crea. Il contesto permette all’oggetto di compiersi. L’oggetto in sé ha solo la trama della storia, contenuta nel bozzetto, nei materiali, nella forma e nei colori. Solo quando viene utilizzato, riesce a creare attorno a sé un’atmosfera. E questo non avviene automaticamente.

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E qual è stato il tuo contesto? Il fatto di essere nato e cresciuto in Alto Adige ha influenzato il tuo essere?
Sicuramente. Penso che inconsciamente ci portiamo dentro le forme che ci circondano. Certo non posso dire che l’Alto Adige mi abbia plasmato in misura maggiore rispetto ad un altro posto dove avrei potuto crescere, ma sicuramente è un territorio con una natura forte e un grande senso della natura. Basti pensare alla cultura, alla lunghissima tradizione dell’artigianato, all’architettura che giocoforza deve interagire con la natura. E poi questa eterna sensazione di trovarsi tra nord e sud, di vivere tra due culture forti che si stuzzicano a vicenda… Ecco, credo che questa situazione abbia influito sullo sviluppo della mia sensibilità.

Che posizione occupa il design made in Alto Adige?

Quali sono gli altoatesini che prima di te sono entrati nella storia del design?
Il primo nome che mi viene in mente è Matteo Thun e il suo Gruppo Memphis. E ovviamente Ettore Sottsass, che fu il cofondatore di Memphis. Per l’Alto Adige un impulso importante arrivò da Arthur Eisenkeil, un imprenditore meranese che alla fine degli anni Cinquanta acquistò negli USA il brevetto della cosiddetta tecnica del cocoon rivoluzionando il design delle lampade. A Milano Eisenkeil incontrò il designer industriale Achille Castiglioni e fondò la famosa ditta Flos, per la quale Castiglioni avrebbe lavorato per tantissimi anni come designer.

Tu sei particolarmente ispirato dagli angoli. Perché?
Per me l’angolo è come una terra di mezzo, uno spazio sospeso tra architettura e mobilio. Con un angolo puoi creare uno spazio, e lo spazio è decisivo nel mio lavoro. Mi piace giocare con gli spazi, e ho notato che fino ad oggi nel campo del design si è fatto molto poco per l’angolo. Durante la mia ricerca mi sono imbattuto nel tipico angolo delle antiche stube altoatesine in cui viene appeso un crocifisso. La cosa mi ha incuriosito più della stube in sé, perché trovo molto interessante il fatto che tre superfici – pareti, pavimento e soffitto – si incontrano dando vita ad uno spazio così piccolo. Per me è affascinante.

L’orgoglio dell’Alto Adige

2007     Martino Gamper raccoglie sedie abbandonate o fuori uso, le smonta e ogni giorno ne monta una nuova. Nasce così la mostra “100 Chairs in 100 Days”, con due sedie dedicate all’Alto Adige: Post Tirolo e Bella Vista.
2008    arreda con sedie e panchine gli spazi del forte di Fortezza nell’ambito della biennale d’arte Manifesta 7.
2011    progetta il Museion Passage di Bolzano arredandolo con sgabelli, panche e tavoli. Accessibile a tutti, il Passage è diventato uno dei punti d’incontro più amati dai bolzanini.
2015    cura la mostra “Design is a State of Mind” al Museion di Bolzano. La mostra è frutto della collaborazione tra Museion Bolzano, Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli di Torino e Serpentine Galleries di Londra.

Martino apre gli occhi a Prada

Anche Prada sembra esserne affascinata: per la grande casa di moda stai allestendo centinaia di vetrine per i negozi di tutto il mondo. E l’angolo è proprio l’elemento centrale del tuo concetto…
È vero, con Prada sto sviluppando nuove prospettive. In ogni vetrina realizzo un angolo che aggiunge profondità allo spazio. Là dove l’angolo converge, allo sguardo si apre la visione di uno spazio immaginario supplementare.

Prada è un marchio di lusso. Anche nell’immaginario collettivo il design è sinonimo di precisione e perfezione. Oggi però tanti designer si discostano da questa visione e anche il tuo lavoro non sembra propriamente improntato alla perfezione, almeno nell’accezione comune del termine. Tu che ne dici? 
Non sono d’accordo, anch’io sono un perfezionista. Solo che io coniugo la perfezione al plurale e non al singolare. Attraverso il design cerco di aumentare le possibilità, non di diminuirle. Ci sono design che non hanno vie d’uscita, ma non è il mio caso.

Questa situazione mi fa pensare agli allevamenti di cani di razza, dove non sono consentite le contaminazioni. E poi ci sono gli incroci, che sono molto più intriganti…
Sì, questa può essere una similitudine appropriata. Con i miei oggetti voglio creare nuove possibilità. La perfezione può essere messa nei dettagli, ma per me fare design significa aprire le menti, far pensare. E trovare nuove strade.

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Come le casette che hai disegnato per il mercato di Merano? Quali strade hai voluto percorrere in questo caso?
Come nel caso del Museion, anche qui ad interessarmi non è stato il mercato come tale. Ho cercato di capire cosa succede prima e dopo lo svolgimento del mercato, finché ho avuto l’idea di realizzare una cassetta di legno portatile. I contadini la riempiono con i loro prodotti e poi, arrivati al mercato, la trasformano in stand. Ogni contadino ha la propria cassetta che utilizza per tutta l’attività di mercato, portandosela avanti e indietro dalla campagna. Le cassette sono state prodotte in circa 500 esemplari da alcuni artigiani altoatesini.

Perché un designer ha bisogno di un’officina tutta sua

Tu sei artista ma anche falegname, e lavori spesso con gli artigiani. Perché questa comunità di intenti?
Io collaboro con parecchi artigiani, altoatesini e non, e molti di loro sono falegnami. Il mio materiale preferito infatti è il legno, ma lavoro spesso anche con vetrai, fabbri e scalpellini. Per me l’artigianato è imprescindibile, tanto che a Londra mi sono fatto una mia officina. Ci sono persone con cui collaboro da molti anni eppure sono sempre aperti alle novità, sono flessibili e capiscono il mio modo di lavorare.

Molti dei tuoi lavori nascono dalla distruzione di un oggetto e dalla sua ricostruzione sotto altra forma. Si potrebbe parlare di design eco-compatibile, ma immagino che non sia questa la tua intenzione primaria…
Esatto. Con i miei mobili non pretendo di salvare il mondo, tuttavia credo che bisognerebbe dare una diversa valenza alle cose, una nuova forma di longevità. Se io monto e smonto un oggetto, lo faccio innanzitutto perché voglio giocare con quell’oggetto, con le sue forme e con le idee che esso mi ispira. Direi piuttosto che si tratta di una sostenibilità culturale: voglio dimostrare che non è necessario buttare un oggetto solo perché è usato. Voglio dimostrare che è possibile mettere in discussione anche le teorie più consolidate, che non bisogna sempre separare in maniera netta oggetti e idee ma è possibile mescolarli. Anche nel design.

Il collezionista che non ama raccogliere

Ti definisci un collezionista?
Diciamo che sono un accumulatore. Raccolgo oggetti per trovare nuovi spunti per il mio lavoro. Sono un collezionista imperfetto, e comunque cerco nei limiti del possibile di non farmi seppellire dagli oggetti…

Cosa diresti se qualcuno venisse da te e ti portasse una vecchia sedia destinata alla discarica?
Perché no? Potrei aumentare la mia collezione di sedie… Cosa ci farei però, non posso dirlo. A chi mi porta una sedia dico comunque che non gli venga in mente di chiedermene in cambio una delle mie… Detto questo, accetto volentieri sedie dismesse. E anche altri mobili…

Intervista: Gabriele Crepaz
Traduzione: Paolo Florio

Chi è Martino Gamper?

Da piccolo Martino Gamper non voleva diventare un designer. Nato nel 1971 a Merano, dopo l’apprendistato da falegname fa i bagagli e inizia a girare il mondo. Appena rientrato in Alto Adige decide di ripartire alla volta di Vienna, dove si iscrive all’Accademia delle Belle Arti e all’Accademia d’Arte Applicata. Ammesso ad entrambe le scuole, dopo un anno si trova davanti a un bivio: scultura o design del prodotto? Decide di diventare designer ma nei suoi lavori ogni tanto riaffiora la passione per lo scalpello. Nel 1996 va a Milano e lavora per un biennio nello studio di Matteo Thun. Nel 1998 vola a Londra, studia al Royal College of Art e apre il suo studio londinese. Il 2007 è l’anno della notorietà internazionale grazie al progetto “100 sedie in 100 giorni”. Nel 2014 riceve il prestigioso riconoscimento di “Designer of the Year”. Le sue opere sono esposte in importanti gallerie d’arte e di design internazionali.

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