L'uomo che danza con il telaio

Quando tesse, non parla. Ma poi, quando apre bocca, compare la “malattia” del tessitore: raccontare perché c’è molto da dire.

  • settembre 2019

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L'uomo che danza con il telaio

Quando tesse, non parla. Ma poi, quando apre bocca, compare la “malattia” del tessitore: raccontare perché c’è molto da dire.

La tessitura è ritmo, movimento e questo gli si addice. Herman Kühebacher è un “ritmico calmo”. Quando i suoi piedi grandi e larghi premono i sei pedali del telaio a ratiera, sa quello che fa. Subito inizia una danza dal finale aperto. Certe volte è scorrevole, altre incespica, ma, quando tesse, Herman lo sa. Sa di essere lui a dirigere.
“La vita è una lotteria. Qui nel laboratorio, invece, si può avere una visione d’insieme: so cosa succede e perché”. 

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Non filosofeggia, non divaga. Quello che racconta fin da subito è la sua vita. Il destino, come lo chiama lui, che “a volte ha in serbo le sorprese più strane”. 
Un anno fa sua moglie Evi è morta di un tumore al seno. Da allora è il lavoro, la tessitura, che armonizza la sua giornata, la struttura che è utilissima a lui e alla figlia tredicenne. “In fondo Miriam e io riusciamo a vivere bene. Che io ci sia per lei nella vita di tutti i giorni, questo è importante: preparare la colazione, cucinare il pranzo e sbrigare le normali faccende domestiche”.
Tesse una struttura, tira le fila. Per esempio quando gli amici di Miriam si trovano a pranzo da Herman. “Tra genitori ci alterniamo ai fornelli durante l’anno scolastico. Per me è importante che arrivi in tavola qualcosa di sensato”.

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Tessere con la ratiera

Herman è uno che fa tutto a mano. Nella tessitura l’avvolgimento dei fili richiede molto tempo: dura una settimana, è indifferente se la stoffa sarà lunga 5 o 60 metri. 
Tesse lino e lana. A usare del cotone non ci pensa proprio: “Il più grande produttore mondiale di cotone è l’Uzbekistan. Il prosciugamento del lago Aral dipende in gran parte dalle monocolture di cotone”, spiega Herman. Sostenere questo sistema è impensabile.
Se il tessitore di Villabassa usa filati esotici come il cachemire o le lane d’alpaca, allora sostiene delle piccole cooperative dove sono garantite equità e forme di allevamento adeguate agli animali.
Per colorare le fibre sono usati soltanto dei pigmenti naturali estratti dalle ortiche, dalle foglie di betulla e dalle sorbe. 

Il suo laboratorio si trova nel centro di Villabassa. Delle grandi vetrate separano la piccola bottega dai due telai posti sul retro. Nell’aria c’è un odore forte. È canfora, mi spiega Herman: “Nel laboratorio spargo delle palline di canfora contro le tarme e gli insetti.” 
Come ogni giorno anche oggi ha percorso in bici i sette chilometri che separano Monguelfo, dove abita, e Villabassa. Pantaloni bianchi leggeri e una t-shirt grigia. La sua giornata di lavoro inizia entro le 7.30.
Ogni giorno pedala sulla statale, la ciclabile è troppo scomoda per lui. “Partendo presto, ci sono ancora pochi camion sulla strada. Ma ho imparato a mettermi nella loro ombra”. Per scorrere assieme a loro, sentire il vento e il movimento - nella mia testa finisco così la sua frase.

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La tessitura è forza, la tessitura è pazienza

Herman Kühebacher è il secondo dei cinque figli di un’insegnante e un linguista di San Candido. La sua ingegnosità è nata lì? Vengono da allora il suo talento, la sua cautela, il senso di comunità mischiati con una sana dose di egoismo?
“Devi avere pazienza. Alcuni dicono che tessere è come meditare”. E qui ride. Da ventitré anni l’abbronzato timoniere tiene in mano la navetta, intreccia i fili, e ogni tanto il filo lo perde. Anche perdere il filo fa parte del lavoro.
“Tessere è spesso monotono, non ti deve seccare fare la stessa cosa per molto tempo.” Ma meditare? Il cinquantaseienne preferisce parlare delle soddisfazioni o di quando è proprio impossibile tuffarsi nel flusso di lavoro. Ma allora, e questa è la libertà che gli piace nel tessere, lui prende la sua cornamusa, gira il cartello sulla porta della bottega su “Torno subito”, salta in sella e pedala fino alla chiesetta di Moso. 

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Tessere è rumoroso, è dirigere, è fare musica

Prima parliamo, la tessitura deve aspettare. Quando spara la navicella avanti e indietro, le parole tacciono. Lo “sparo” va inteso alla lettera, ma potrebbe andare bene anche uno schiocco. “Così facendo ho danneggiato un po‘ il mio udito, non ho mai indossato una protezione acustica”, spiega Herman.

La seta tirolese

Tra il XVII e il XIX secolo il Tirolo storico, che si estendeva fino al Lago di Garda, era rinomato per le sue filande di seta. Nel territorio dell’attuale Alto Adige erano coltivati i gelsi per nutrire i bachi da seta. 
Herman Kühebacher spiega che, proprio per questo motivo, da allora il costume tipico tirolese viene portato con un fazzoletto di seta annodato al collo. E si rammarica “Negli anni Novanta, quando ho iniziato a tessere, c’erano ancora delle piccole filande nel Nord Italia che producevano matasse di seta. Oggi posso ritenermi fortunato se trovo del materiale che ritengo accettabile.”
I prodotti di Herman vanno dalle sciarpe ai foulard e ai fazzoletti e dalle tovaglie alle tende e alle coperte di lana.

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È come il prezzemolo: è un cantante, un suonatore di cornamusa e un flautista. Componente del complesso di musica popolare “Titlá” fin dall’inizio, ha imparato a suonare diversi strumenti da autodidatta, rifiutandosi di frequentare la scuola di musica e percorrendo la propria strada. Non ha né la patente, né un televisore. “Sono della ‘vecchia’ sinistra”, dice di se stesso e di tanto in tanto si chiede: In che società viviamo?
Ma non perde mai l’ottimismo. Da una parte per l’affermarsi dei Verdi come forza politica in Germania e dall‘altra perché sua figlia e le sue amiche sanno cosa vogliono. “In vacanza i bicchieri di plastica non erano contemplati; se ne vedevano, si spostavano in un altro locale. Questa è una generazione che ha delle idee molto chiare.” Lo racconta con soddisfazione. „Se a pranzo cucino della carne per le ragazze, vogliono sapere da dove arriva. Compro la carne direttamente dall’allevatore, mai dal macellaio, e macino io stesso il grano biologico”. Della sua debolezza dice: “Devi interrompermi se parlo troppo. È la malattia dei tessitori: quando iniziamo, non finiamo più.”


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Il libero professionista

“Autodeterminazione” è un’espressione perfetta per descriverlo. Sa quando è necessario quale movimento. Quando tesse, armonizza, coordinado fili, mani e piedi. Concentrato, Herman lavora al grande telaio a ratiera largo due metri. Le spole contengono il filo necessario per 60 metri di fazzoletti. Ha scoperto l’ascolto dei radiodrammi durante il lavoro e ne è entusiasta: “Mi piace molto”.
Tessere per lui è una “libertà sfacciata”, perché non c’è più una corporazione. Perché il tessitore di Villabassa non deve preoccuparsi della concorrenza. “La tessitura, come me ne occupo io, è artigianato in senso letterale”.
Svolgere un‘attività che l’umanità fa da più di 2.000 anni lo rende orgoglioso, lo soddisfa. Il telaio è un sistema semplice, formato da pezzi di legno. In caso di bisogno, Hermann costruisce da sé i pezzi di ricambio, è lui che muove tutti i fili nel laboratorio. Non ci sono collaboratori e preferisce rinunciare al computer, visto che non gli piace dipendere da altro da sé.

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Quello che lo affascina, lo impara. In Irlanda all’inizio degli anni Novanta ha scoperto la cornamusa, e qualche anno dopo, la stessa isola di smeraldo lo ha avvicinato alla tessitura. Se qualcosa gli sembra sensato, prosegue, se no, si prende una pausa. Ogni tanto gli serve un caffè nel bar di fronte, spesso una birra nel bar del paese quando sua figlia dorme già; poi anche suonare la cornamusa tra i prati.
Descrive queste abitudini quasi quotidiane come dei riti. Una tradizione in particolare si è sviluppata ormai da molti anni ed è una cosa che lo purifica e lo porta lontano. “Di sera mi tuffo nel lago di Braies. Inspiro fino a riempirmi i polmoni, mi tuffo e rimango sott’acqua finché finisco l’aria.” Non va a tuffarsi da solo, ma ‘stimola’ delle persone, come lui stesso dice, ad accompagnarlo.


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Non c’è ombra di dubbio che sia questa la vita che vuole. Proprio questa. Il fatto che, da sempre, i tessitori siano visti come degli spiantati non lo spaventa. “Vivere così è un vero lusso per me, anche se il mio consulente aziendale dice che, da un punto di vista puramente economico, le cose non possono andarmi bene.”
Presto riceverà la sua terza cornamusa, che sta aspettando da quattro anni, e se a pranzo c’è un budino è perché piace a tutti. Oppure ci sono dei carciofi perché Herman ama cucinare per gli amici e perché il buon cibo crea legami. 
Non gli serve una ragione, solo una decisione. Devono essere giusti il ritmo, il tempo. L’equilibrio tra lavoro e piacere. La danza, la regia, le pause.
 
Testo: Ursula Lüfter
Adattamento in italiano: Roberta Decarli
Foto: MINT Mediahouse
Video: MINT Mediahouse