settembre 2015

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Due contrabbandieri

Abbiamo conosciuto due contrabbandieri dell’Alto Adige, cercatori di confini.

"Appartengo a una generazione che avrebbe fatto di tutto pur di sopravvivere. Era un tempo in cui le persone lottavano per la vita". Gli occhi gli si velano di lacrime ma il suo sguardo è determinato.

Josef Leiter è senza dubbio un uomo attaccato alla vita. Doveva esserlo anche quella volta in cui è finito sotto una slavina e ha lottato ventidue ore per la sopravvivenza. Oppure quando di giorno lavorava nei campi e di notte attraversava a piedi i ghiacciai, "perché le persone dovevano vedere che ero a casa, altrimenti si sarebbero insospettite". Josef Leiter era un contrabbandiere. L’ultimo della Valle Aurina.

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Josef Leiter, detto Seppl. Ogni anno l'ottantacinquenne ripercorre quello stesso sentiero della Valle Aurina da cui iniziavano i suoi viaggi da contrabbandiere.

A cavallo tra le due guerre, così come dopo la seconda guerra mondiale, "il contrabbando è stato uno strumento per poter sopravvivere", afferma Josef. Nel dopoguerra solo la povertà regnava nella sua Valle Aurina, una delle più settentrionali dell’Alto Adige, proprio sotto l’Austria. L’isolamento geografico si faceva sentire, soprattutto attraverso la carenza di lavoro: i contrabbandieri sono stati i primi a sfruttare la prossimità geografica all’Austria per il commercio illecito attraverso i numerosi passi che la collegano a diverse valli austriache. La Valle Aurina era predestinata al contrabbando. Oggi il percorso europeo E5 si snoda proprio sui percorsi dei contrabbandieri.  

Di notte, nel ghiaccio

Cosa spingeva un uomo ad attraversare un ghiacciaio a piedi in piena notte con uno zaino pesante oltre i venti chili? La fame sarebbe una risposta sufficiente. Ma per Vigil Kuprian, classe 1947, si trattava anche di qualcosa in più. "Contrabbandare era anche una specie di prova di coraggio". Da adolescente a uomo, per Vigil il momento di passaggio è stato segnato dal contrabbando. "Ero un ragazzino quando un giorno un nostro vicino, mi ha detto: Gilli, oggi mi aiuti a trasportare questa roba. Prima però andiamo a comprare vestiti e scarpe nuove". Il vicino mantenne la promessa. Pagò 35.000 lire abiti e scarpe nuove. Con quelle scarpe Vigil ha attraversato il confine tra Italia e Austria innumerevoli volte, tanto da aver perso il conto, dalla Val Passiria a 1.622 metri su per il Passo Rombo a 3.100 e giù fino alla vicina valle austriaca. "Andavo ogni volta che c’era necessità, talvolta sono partito anche quattro volte in una settimana. Mi fermavo solo quando ad impedirlo erano le condizioni atmosferiche". Fino agli anni ’70 Vigil ha trasportato merci di contrabbando, lungo quei percorsi che solo la gente nata in Val Passiria può conoscere e che li rendevano irraggiungibili da carabinieri e finanzieri. Cosa portava? All’Austria mancavano speck, sale, olio e farina, all’Italia saccarina, tabacco e accendini. Ciò che era costoso da un lato, era più conveniente dall’altro lato della frontiera: ecco la fortuna dei contrabbandieri.

Contrabbando sulle Alpi

•    Medioevo: le rotte commerciali corrono lungo i passi alpini di Val venosta, Val Passiria, Valle Aurina.
•    1918: ll contrabbando nasce con la creazione del confine, istituito con il Trattato di St. Germain, quando l’Alto Adige passa all’Italia. Quello che era commercio tra le valli alpine, diventa contrabbando
•    1919: Dopo la prima guerra mondiale si apre il contrabbando di sigarette, saccarina e tabacco da pipa. Durante il fascismo viene, inoltre, istituita una milizia confinaria.
•    1939: co lo scoppio della seconda guerra mondiale il contrabbando diminuisce, poiché gli uomini sono chiamati al fronte.
•    1946: Mancano lavoro e beni di prima necessità. L’Austria brama olio, speck, farina e sale, l’Alto Adige saccarina e tabacco. Rifiorisce il contrabbando.
•    Anni ‘60/’70: la congiuntura economica diventa piú stabile. Con l’aprirsi del mercato del lavoro e i prezzi piú stabili e uniformi il contrabbando sfiorisce.

Vigil, l’altruista

Lo si potrebbe definire una sorta di altruista. Non appena qualcuno glielo chiedeva, Vigil Kuprian caricava il suo zaino e partiva per un viaggio di contrabbando. E non era un viaggio facile: partenza alle quattro del mattino, cammino di almeno sette ore, sulle spalle uno zaino con circa 25/30 kg di merce, mani coperte da guanti in lana cotta "perché con quelli in pelle avremmo avuto le dita gelate". Alla frontiera ad aspettare i contrabbandieri non c’erano solo ghiaccio, vento e un senso di libertà, spesso anche i finanzieri, dall’altro lato la polizia austriaca. "La guardia italiana era più rigida, quella austriaca più solidale, al punto che una volta un poliziotto austriaco ha avuto pietà e mi ha aiutato a trasportare il carico", ricorda Vigil. Tra genti di montagna c’è rispetto e comprensione, questa è una legge che sulle Alpi si impara in fretta e che, forse, è la seconda ragione che ha spinto Vigil a rischiare la sua vita facendo contrabbando, anche dopo che ebbe ormai trovato un lavoro sicuro in Austria. Al contrario, i finanzieri esposti ai rischi del controllo di frontiera erano spesso uomini che non capivano queste genti di montagna, le loro leggi e tradizioni. Cosa poteva saperne uno che veniva dal mare del contrabbando sulle Alpi? Di certo doganiere e contrabbandiere non avevano molto da condividere.

Un uomo dal carattere flemmatico

Secondo Josef Leiter, "già negli anni ’70 non c’era più bisogno del contrabbando". Lui è stato contrabbandiere solo fin quando ha dovuto, precisamente dal 1955 al 1958. Ovvero fin quando i prezzi non sono diventati più stabili e l’approvvigionamento era garantito da entrambi i lati della frontiera. "A quel punto il contrabbando non era più interessante. Prima di allora partivo circa due volte a settimana accompagnato da altri". Chi si arrischiava con il contrabbando sul confine alpino riceveva da Josef 5.000 lire per viaggio. "Si camminava almeno sei o sette ore,ma i contrabbandieri non conoscevano la fretta di oggi: si partiva quando si poteva, cioè quando il tempo lo permetteva. Avanzavamo in montagna secondo il nostro passo, senza fretta, non c’era l’ansia di arrivare in cima che hanno gli escursionisti oggi", ricorda l’ottantaquattrenne. Chissà quanto avrà impiegato Josef a ritornare in Italia quella volta in cui ha trasportato cinquanta chili di saccarina…

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Il cappello è ancora lo stesso. Solo qualche decennio separa Vigil Kuprian dagli anni in cui contrabbandava merci al di lá delle Alpi. Nell'immagine gli speciali ganci per scarpe usati dai contrabbandieri.

Un piede nella fossa, uno in prigione

La cautela era tutto, ma non sempre. Spesso anche i contrabbandieri trasgredivano le proprie regole. Come Josef, che non di rado è partito da solo, così da dover badare solo a sé stesso. Di solito, invece, "si partiva in tre, tenendosi ognuno a circa cento metri di distanza: in questo modo se uno finiva in un crepaccio o veniva fermato dalla polizia, gli altri avevano il tempo di accorgersene e correre ai ripari", racconta Vigil Kuprian. "E quando giungevamo sul ghiaccio, dovevamo togliere le scarpe, che avevano speciali ganci in ferro e facevano scintille a contatto con la superficie ghiacciata. Invece di toglierle, e camminare scalzi come facevano gli altri, spesso io mettevo i calzini sulle scarpe", continua Kuprian. L’astuzia è una dote che ben si addice a un contrabbandiere.
Ai tempi in cui Kuprian era un contrabbandiere "c’era chi prendeva gli ordini, chi effettuava il trasporto e chi si occupava dello smercio una volta tornati". Piú difficile era cercare di non essere scoperti. "Quando ho cominciato, il mio patrigno mi ha detto che con il contrabbando hai un piede nella fossa e uno in prigione", continua il sessantasettenne. "In paese in tanti ne erano a conoscenza, tuttavia bisognava badare che non venissero a saperlo le persone sbagliate". Una parola di troppo e ci si sarebbe ritrovati i finanzieri davanti la porta di casa.

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Durante un viaggio di contrabbando Josef Leiter è stato travolto da una valanga e ha perso suo cugino, che viaggiava con lui. Tra i ricordi di famiglia, questo è quello che rende i suoi occhi ancora piú lucidi.

Cercatori di confini

"Attraversavamo la frontiera lungo i valichi che ci sono tra le vette di 3.000 metri". Josef partiva dalla Vale Aurina, Vigil dalla Passiria, attraversando l’Ötztal. In qualche modo il loro passato da contrabbandieri è mutato in una necessità piú grande. Entrambi non vivono senza montagne: mettere piedi e mani su ghiaccio, rocce e neve ha segnato la loro vita. Kuprian è stato più di duecento volte sull’Ortles, Josef non vede l’ora di risalire quel sentiero della sua valle. E pensare che oggi ha ottantaquattro anni.
Nel 1958, mentre Josef Leiter smetteva gli abiti del contrabbandiere, la carriera nel contrabbando del piú giovane Vigil Kuprian doveva ancora cominciare. Due destini che, per un lieve slittamento, non si sono incontrati sull’asse temporale, erano e restano però legati insieme, lungo quei sentieri che portano fuori dall’Alto Adige. Sui confini si incrociavano le vite dei contrabbandieri dell’Alto Adige.

Testo: Dora Vannetiello
Immagini: Alex Filz

Il dramma dei bambini svevi

Percorrevano centinaia di chilometri, affrontavano neve e bufere, passavano mesi lontano da casa, lavorando duramente. I figli dei contadini della Val Venosta spesso non avevano un destino felice: se nati in famiglie particolarmente indigenti venivano mandati a lavorare nella ricca e fiorente Svevia, in Germania. Per questo erano chiamati bambini svevi. Che la Svevia fosse il granaio della Germania era anche merito dei piccoli venostani. Ad attendere i bambini in Svevia non c’era solo duro lavoro, bensì anche un trattamento severo che veniva loro riservato dai datori di lavoro. I più ricchi contadini svevi di rado trattavano i piccoli lavoratori venostani con rispetto e affetto: la paga era misera, gli orari lavorativi durissimi, le condizioni di vita pessime. Alcuni bimbi svevi raccontavano di non esser trattati meglio delle bestie – e in effetti spesso dormivano persino nei granai.
Al mercato di Ravensburg - sí proprio al mercato, dove i bimbi svevi venivano acquistati come se si trattasse di oggetti - si creava spesso solidarietà e aiuto reciproco tra i piccoli braccianti: quelli più grandi ed esperti segnavano con un gessetto colorato le giacche dei padroni presso cui era vivamente sconsigliato lavorare, cosù che i bambi meno esperti potessero evitarli.
La pratica dei bimbi svevi si arrestò solo proco prima della seconda guerra mondiale. (dv)