Oggi cambio ritmo

Essere divorati dal tempo o gestirlo? Badare all’orologio o al proprio ritmo? In Alto Adige un metodo per vivere meglio c'è.

  • maggio 2015

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Oggi cambio ritmo

Essere divorati dal tempo o gestirlo? Badare all’orologio o al proprio ritmo? In Alto Adige un metodo per vivere meglio c'è.

Negli anni ‘70 i sociologi avevano predetto che in trent’anni avremo patito la noia. L’evoluzione, invece, ci ha portati da tutt’altra parte. Siamo costantemente in cerca di più tempo, addirittura troviamo mille modi per risparmiarlo, senza darci pace, senza capire che non è possibile recuperare il tempo perduto. In Alto Adige la situazione non è così tragica, spiega la psicoterapeuta Angelika Klammer. A fare la differenza è soprattutto la natura.

Anche voi sentite il vuoto davanti al tempo libero, ma libero davvero, privo di impegni e scadenze, non quello passato al corso di yoga o dal parrucchiere, non compresso tra un’esigenza e l’altra, tra lo smartphone e il tablet? Bene. Identificarsi in questa immagine di vita estremamente rapida, in cui ogni minuto deve essere riempito, non è una colpa, né un reato. Semplicemente un effetto del paradigma del fast, quello in cui viviamo.

La società aumenta sempre più il proprio ritmo e noi ci adeguiamo al suo passo. Ma c’è chi pensa che ci sarà un’inversione di tendenza. "Prima o poi le cose cambieranno", sostiene la bolzanina Angelika Klammer, psicologa e psicoerapeuta dell’autoconsapevolezza (Mindfulness based cognitive therapy). Per fortuna ci sono vie d’uscita a una società sempre di fretta, sostiene l’esperta. Ci si salva di domenica, oppure immergendosi nella natura: basta andare in montagna per entrare in un mondo concreto, multisensoriale anzichè multitasking. La natura fa bene, spiega la psicologa, "allenta lo stress, favorisce la percezione e migliora la consapevolezza di sé". Durante il nostro incontro Angelika Klammer ci ha spiegato che rallentare e seguire il proprio ritmo è possibile, persino per chi vive in città. Come? Tutto comincia mangiando un acino d’uva…

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Vivere secondo i propri ritmi e non secondo l’orologio

I mezzi che usiamo sono sempre più veloci, la tecnologia rende la vita sempre più rapida. Siamo destinati a essere divorati dalla velocità anche nel nostro tempo o possiamo trovare i nostri ritmi? 

Ritengo che la nostra società abbia raggiunto la velocità massima. Ovviamente oggi tutto scorre più rapidamente anche a causa della tecnologia. Non posso affermarlo con certezza assoluta, ma penso che prima o poi ognuno di noi sentirà l’esigenza di rallentare, di andare al proprio ritmo. Non credo che possiamo procedere a lungo a questa velocità. In un certo senso, spero che possiamo tornare al passato, non proprio come nell’antichità certo, ma che si ritorni a ritmi più umani, all’essere più legati alla natura, al mettere di nuovo l’elemento umano al centro. 

C’è una bella frase di un sociologo che ha affermato: "viviamo secondo gli orologi ma dovremmo vivere di più secondo i ritmi". Come potremmo riuscirci?

Vivere secondo l’orologio non è giusto, umanamente parlando. Ognuno ha un proprio bioritmo. Nel mio ramo diciamo che ci sono i gufi, che sono attivi di sera e pigri al mattino, e le allodole, ossia tipi attivi al mattino e più stanchi di sera. Ognuno di noi ha un proprio orologio biologico regolato diversamente… 

…ma queste esigenze non trovano spazio nella nostra società.
Assolutamente no. Lo vedo a casa con mio figlio. Proprio nel caso degli adolescenti si parla di un jetlag sociale, ossia del fatto che i ragazzi siano delle allodole, stanchi al mattino e attivi di sera. Nella scuola bisognerebbe tenerne conto ma questo non avviene.

Un giorno per ritrovare se stessi

Per questo c’è la domenica…
Secondo la tradizione cristiana la domenica non è solo un giorno per riposare ma anche per meditare e riflettere. Anche se non la si vuole vedere in senso strettamente religioso, la domenica resta un giorno in cui rilassarsi, distendersi, trovare se stessi. La domenica, anzi il weekend, è la nostra ancora di salvezza.

Bisognerebbe quindi fare più attenzione alla domenica?
Sì. A casa mia il riposo domenicale è d’obbligo. Di solito il sabato facciamo qualche attività in famiglia o sport. E poi c’è la domenica che per me significa riposo. Sebbene io debba ammettere che da un po’ di tempo non relego più il riposo solo alla domenica. Durante la settimana ho imparato a ritagliarmi una mezza giornata in cui mi concentro su me stessa.

Dunque ti disconnetti per un po’. È una cosa che si impara a fare con la terapia mindfulness? E con quali tecniche nello specifico?
La terapia cognitiva basata sulla consapevolezza (Mindfulness based cognitive therapy, ndr) esiste già da trentacinque anni. È stata sviluppata da Jon Kabat-Zinn per ridurre lo stress e si basa sulle tecniche buddiste di meditazione e sulla metafora della mente-scimmia. Prevede tecniche da utilizzare nella quotidianità per ritrovare l’equilibrio. La popolarità che ha raggiunto oggi questa terapia è legata al fatto che sempre più persone hanno la sensazione di non essere connesse con la propria interiorità, di essere sotto stress. Questa terapia permette invece di capire di cosa ho bisogno veramente.

Tre consigli per praticare l’autoconsapevolezza nella vita quotidiana

•    Quando vi trovate in un momento di stress provate a concentrarvi sulla respirazione. Sentite il diaframma alzarsi e abbassarsi, il torace che si allarga e si restringe, l’aria che passa dal naso e poi fuoriesce di nuovo. Anche solo percepire la respirazione è un’ancora per la nostra consapevolezza. Cosí si impara a stare collegati al qui e ora.

•    Durante tutte le attività quotidiane, siate consapevoli. Mentre pulite i denti, lavate i piatti, andate al lavoro, cercate di indirizzare la vostra attenzione su queste azioni e di sentirne gli effetti sul vostro corpo.

•    Quando bevete o mangiate, pensate al cibo. Annusate, assaporate e cercate di masticare e ingoiare con attenzione. Siate consapevoli del fatto che la vostra alimentazione è legata a una serie di fattori. Riuscite ad identificare nel vostro cibo anche la pioggia, il sole, la terra, l’agricoltore che hanno contribuito alla crescita?

Praticare l’autoconsapevolezza

Di certo la ricerca dell’autoconsapevolezza non si può delegare…
Nel mondo occidentale la consapevolezza di sé viene sottovalutata. Viene vista solo come un mezzo per controllare lo stress. Ma l’autoconsapevolezza ha obiettivi decisamente più ambiziosi: non si tratta solo di fattori esterni che ci fanno accelerare. Spesso dimentichiamo che la nostra mente è costantemente affollata di pensieri che costituiscono una fonte di stress notevole. I buddisti la definiscono mente-scimmia, perché è in costante movimento. Dentro di noi si agita sempre qualcosa. Capire che nella nostra interiorità è sempre tutto in movimento è l’essenza della consapevolezza di se. Quando le persone partecipano alla terapia per la prima volta si accorgono di come i pensieri avanzino, tanto che non riescono a meditare neanche un po’. Si ha la netta sensazione di non darsi mai pace.

C’è un esercizio pratico che ci può riconnettere subito a noi stessi?
Il primo esercizio che faccio durante la terapia consiste nel mangiare con attenzione un’uvetta. L’esercizio dimostra che si può compiere ogni azione con attenzione. Mangiare è un’attività particolarmente propedeutica in questo senso, perché è piacevole e permette di attivare i propri sensi. Posso assaporare, sentire la consistenza, odorare. Queste sensazioni corporee calmano immediatamente e ci riconnettono alla nostra interiorità. Quindi autoconsapevolezza non significa solo star fermi a meditare.

La natura è il miglior rimedio

Come il cibo, anche la natura può avere un effetto benefico? Può rendere più sereni?
Certamente. L’effetto che la natura ha sull’uomo è molto calmante. Nella terapia dell’autoconsapevolezza, esistono anche tecniche di meditazione in montagna. La natura rappresenta l’essenza della nostra creazione, ci apre alla percezione, ci fa aguzzare i sensi e così, attraverso di essa, aumenta la nostra capacità percettiva.

In Alto Adige siamo circondati dalla natura. Possiamo dire che viviamo con un ritmo migliore rispetto a chi è in città?
Sì, certamente. Il nostro stile di vita ci concede molti vantaggi. Non posso dire che i nostri ritmi siano più lenti, ma qui le persone hanno l’abitudine di mangiare a casa o di passare più tempo in famiglia, perché le distanze sono più brevi. E poi c’è la natura. Mi permetto di dire che le nostre risorse naturali sono straordinarie. La natura è vicina ed è presente anche in città. Questo aiuta le persone in caso di stress.

Ho la sensazione che essere autoconsapevoli significhi anche fare ordine nella propria quotidianità. Liberarsi del superfluo.
Ognuno dovrebbe osservare e capire cosa è importante davvero e cosa si può lasciar perdere. Si tratta di indagare soggettivamente, di sentire di cosa ho davvero bisogno. Anche questo è un processo. Io penso che più si va avanti nel tempo, più ci si possa concedere il privilegio di focalizzarsi su quello che conta davvero per noi.

Essere multitasking causa una mancanza di tempo. Forse dovremmo ricominciare a compiere un’azione solo dopo averne terminato un’altra?
Essere multitasking limita la consapevolezza di sé e causa agitazione mentale. Bisognerebbe farlo solo a tratti o in fasi e io dico sempre che dipende dal senso con cui lo si fa. Se si sceglie di essere multitasking in modo consapevole, allora ognuno di noi decide che in quel caso è meglio così. Oltre a questi casi, bisognerebbe cercare di essere presenti il più possibile, di svolgere un’azione pensandoci. E non è per niente semplice. In quel caso è il singolo che deve opporsi e dire "non voglio fare tutto contemporaneamente".

Intervista: Gabriele Crepaz
Foto: Dora Vannetiello