Viaggio verticale

Vivere per l'alpinismo. Simon Gietl ha trovato da tempo la propria dimensione di vita.

  • settembre 2015

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Viaggio verticale

Vivere per l'alpinismo. Simon Gietl ha trovato da tempo la propria dimensione di vita.

Simon Gietl è l’enfant prodige dell’alpinismo nostrano. Eppure nella sua storia è difficile dire se fosse predestinato all’alpinismo oppure se gli sia capitato per caso. Undici anni fa, Simon è stato folgorato sulla via di Damasco. Anzi, lungo la via verso Brunico da un climber che durante un passaggio in auto lo convinse a provare a scalare. "Quell’autista era un vero chiacchierone. Il giorno dopo comunque convinsi mio fratello e altri del gruppo a scalare. Decidemmo subito che avremmo provato con la scalata alpina, quella sportiva non faceva per noi".  

Simon Gietl, occhi chiari, risata contagiosa e una valanga di folti capelli castani, a ventotto anni è uno dei più importanti alpinisti. Non solo in ambito italiano. Come membro del Salewa AlpineXtreme ogni anno è coinvolto in importanti spedizioni da un lato all’altro del globo: dalla Patagonia, all’artico, alla Cina, all’Himalaya. Passando però anche per le Dolomiti.

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Professione o vocazione?

"Non definirei mai l’alpinismo come il mio lavoro. Non è qualcosa che faccio per guadagnare, ma solo per passione". Scalare costituisce la quotidianità per il ventottenne: come membro del team Salewa AlpineXtreme e guida alpina oggi Simon può dedicarsi alla sua passione a tempo pieno. Quando ha cominciato, però, dieci anni fa, non era così. Ai tempi lavorava in una panetteria, si alzava alle quattro del mattino ogni giorno e attendeva con ansia di poter finire il lavoro per scappare sui monti. Nel tempo libero studiava per diventare guida alpina.

Oggi Simon vive per la montagna. Freme per toccare la roccia. "Ci sono stati dei giorni in cui scalavo tre volte al giorno la Cima di Campo a Lutago. Partivo con le funi dal garage di casa mia a piedi, risalivo il pendio e poi dritto fin su". A vedere la cima rocciosa dal basso, non si direbbe sia un’impresa così facile affrontarla in verticale. "Non sono il tipo di persona che riesce a stare fermo in casa. In più per me l’arrampicata è come una droga, non posso farne a meno". Quest’anno per la prima volta, dopo la spedizione al Fitz Roy in Patagonia, Simon a causa di una ferita non ha potuto praticare l’alpinismo per quattro settimane. "È stata una sensazione stranissima" dice, "ricominciare, però, bellissimo".

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L’alpinismo per Gietl è stato amore a prima vista. Anzi al primo tocco. "L’avventura è ciò che mi spinge ad andare avanti ". Simon si dedica a quest’attività secondo la sua filosofia, ossia con un canone di alpinismo molto "pulito" e poco invasivo per la natura. "L’uomo non è un animale da città, nasce per stare in mezzo alla natura, ma bisogna spingersi solo fin dove la natura ce lo consente. Per me non è tanto importante arrivare in cima, piuttosto come ci arrivo. Per questo mi piace arrampicarmi secondo i metodi tradizionali perché è come se dessi alla natura la possibilità di buttarmi giù", afferma ridendo. I ganci usati da Gietl si possono inserire solo dove la roccia lo permette. Quindi niente perforatori. Niente violenza alla natura: solo ganci, funi e buone scarpe da alpinismo. Senza dimenticare il casco e un buon panino farcito che "in montagna è il top" secondo Simon.

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Spedizioni e avventura

Simon Gietl si allena durante tutto l’anno per prepararsi a due o tre grandi spedizioni. L’avventura è ormai una costante nella sua vita. "L’ultima è stata in Patagonia a gennaio. La prossima, a ottobre, mi porterà in Cina. Per me l’avventura comincia già con l’arrivo in un altro Paese, quando si incontrano nuove persone". Durante i mesi tra una spedizione e l’altra Simon può dedicarsi, oltre che all’allenamento, anche al suo secondo lavoro: essere padre. Il giovane alpinista non sembra volersi sottrarre alla responsabilità genitoriale ma vive le sue due vocazioni, essere genitore e arrampicatore, con uno spirito libero, tranquillo. Sereno. Per il futuro di suo figlio dice: "deve vivere la sua vita, come io vivo la mia. Per questo non gli imporrò nulla, non pretenderò che faccia alpinismo o meno". I genitori di Gietl non conoscevano neanche la differenza tra arrampicata sportiva e alpina, ma non per questo gliel’hanno proibita perché pericolosa.

Quando si parla di pericolo e rischi nell’alpinismo non è che Simon non ne sia consapevole; la sua è semplicemente una visione molto realistica. "C’è chi pensa che siamo pazzi perché facciamo cose pericolose o andiamo in cerca del rischio. Si sbagliano. Io penso che ogni situazione nella vita, anche la più comune, possa presentare l’imprevedibile, il pericolo, di fronte al quale siamo tutti comunque impotenti, proprio come uno scalatore in montagna".

Video della traversata integrale delle Tre Cime di Lavaredo in 9 ore e 15 minuti - Simon Gietl e Michi Wohlleben, 17.03.2017:

Ogni grande spedizione di Simon Gietl dura in media dalle quattro alle sei settimane, durante le quali si è quasi sempre appesi a una fune, montando ganci perpendicolari alla parete. Basta un semplice imprevisto, o una perturbazione, com’è successo a Simon in Patagonia, per mettere in pericolo la buona riuscita dell’intera spedizione. E la vita degli alpinisti. "La paura c’è sempre. Senza di essa l’intera esperienza non avrebbe senso. La paura può essere positiva per la concentrazione. Il panico, invece, è diverso e pericoloso. Quando c’è qualcosa che non va, cerco di capire cosa succede e rifletto su come reagire a una situazione difficile, penso a quali possano essere le conseguenze. In ogni caso non forzo le cose. Se una spedizione non va, me ne faccio una ragione".

Cinque consigli di Simon Gietl...

● Tieni d'occhio il meteo. "Non si può controllare il tempo. Al primo tuono scappa a gambe levate". ● Pianifica il tour in dettaglio. Discesa inclusa. Durante una delle sue prima scalate Simon è finito in ospedale: "da allora penso più alla discesa che alla scalata". ● Non deve mancarti nulla. Un equipaggiamento funzionale comprende: una serie di friends ("nut" o dadi da arrampicata), 10 moschettoni, funi e cintura, a volte anche chiodi e martello, cliffs (ganci). Immancabili elmo e magnesio. Peso totale dell'equipaggiamento: dai 5 fino agli 8 kg. I viveri? A quelli pensa il secondo scalatore. ● Porta cibo e bevande in abbondanza. Per Simon nulla è meglio di un panino farcito. "Nella maggior parte dei casi porto delle barrette energetiche. Hanno poco sapore ma pesano decisamente di meno".

Ultimo immancabile elemento: divertiti!

Spesso si riduce l’alpinismo a una semplice passione, alla ricerca del rischio, dell’adrenalinico, del brivido. In realtà si tratta di un’esperienza quasi trascendentale, soprattutto se praticato a livelli professionali. "Fino a un certo livello di arrampicata possono farcela tutti", ci svela Simon. "Ma andando avanti diventa una questione di testa più che di resistenza fisica". O meglio, la preparazione fisica è importante ma ancora di più lo è quello che avviene nella propria testa. "Durante l’arrampicata si parla con se stessi. Quello che succede nella tua testa è ciò che più influisce sul percorso. Se non hai la giusta convinzione e motivazione non conoscerai mai i tuoi limiti". Ecco allora svelata la bellezza dell’altezza, del silenzio, della solitudine. Ecco la bellezza delle vette. Ecco il richiamo della montagna.

Testo: Dora Vannetiello
Immagini: Alex Filz
Video: Andreas Pichler

Alpinisti alla conquista dei monti.
La montagna racconta.
 
 

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