Architettura d'alta quota

Da quando l'uomo ha iniziato a frequentare le cime delle montagne il rifugio ha avuto un ruolo importante. Come si è evoluto il modo di costruire in montagna e quali sono le sfide dei «nuovi» rifugi?

  • settembre 2019

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Architettura d'alta quota

Da quando l'uomo ha iniziato a frequentare le cime delle montagne il rifugio ha avuto un ruolo importante. Come si è evoluto il modo di costruire in montagna e quali sono le sfide dei «nuovi» rifugi?

L’uomo ha cominciato a frequentare le cime delle montagne circa 200 anni fa. Prima nessuno pensava di andare al di sopra del limite della vegetazione. Perché avrebbe dovuto farlo? C’erano solo roccia, ghiaccio e pericoli.
A partire dal 1800, geografi, scienziati ed esploratori hanno cominciato ad avventurarsi dove nessun contadino o pastore si era mai spinto. Con l’inizio di quel movimento chiamato alpinismo è sorto anche il bisogno di avere dei punti d’appoggio in quota. Nel giro di pochi decenni sono comparse le prime piccole costruzioni, le quali offrivano un piatto caldo e un tetto per la notte. Era la nascita del rifugio alpino. Oggi, nonostante i cambiamenti dettati dalla modernità e dall’aumento del turismo, il rifugio non ha perso il suo scopo originario: essere un punto di riferimento e un riparo per chi cammina in montagna.

un escursionista sta per arrivare al

Come nascevano i rifugi una volta

Stefan Perathoner e sua moglie Judith gestiscono il rifugio Alpe di Tires da più di 25 anni. È stato il primo rifugio privato del gruppo Sciliar-Catinaccio e il fatto che oggi sia diventato il crocevia di cinque sentieri e tappa obbligata per quasi tutte le traversate della catena montuosa non è frutto di una coincidenza, ma di un lavoro durato decenni.
“L’artefice di tutto”, mi racconta Stefan mentre siamo seduti nella grande sala da pranzo, “è stato Max Aichner, il padre di Judith. Prima qui non c’era niente, non ci passava neanche un sentiero. Ma il nonno, che aveva l’occhio lungo, a vent’anni aveva capito che questo era un posto strategico.

il rifugio alpe di tires oggi

Nel dopoguerra i ragazzi dell’Alpe di Siusi scappavano all’estero perché non c’era lavoro. Lui però non voleva andarsene, amava troppo queste montagne. Per un po’ ha fatto il portatore per il rifugio Vajolet, poi, coi soldi guadagnati lavorando l’inverno, ha comprato dal comune un pezzetto di terra di 200 m² e ha cominciato a costruire il suo di rifugio. Lo ha fatto lui da solo, un po’ alla volta. Come mattoni ha usato le pietre che ha trovato qui nei dintorni, mentre il cemento e il legname lo ha portato su a spalla dalla valle. Partiva da casa salendo a piedi e facendo ogni volta 1400 m di dislivello. Dopo sei anni, nel 1963, il rifugio era pronto”.

nonno max che e salito al rifugio in macchina da solo come ogni settimana parla con stefan 2

Una casa che cambia nel tempo

“Da quando è nato, il rifugio Alpe di Tires ha subito diversi ampliamenti. Il nonno Max ogni anno reinvestiva parte dei profitti per ingrandire e migliorare l’esistente o per costruire strade e sentieri d’accesso. Se n’è sempre occupato lui, non ha mai chiesto consiglio a nessuno. La logica era semplice: quando saltavano fuori dei problemi, lui li risolveva con le sue conoscenze pratiche”.

il rifugio alpe di tires nella sua prima versione

Mentre parliamo, Max, un anziano con gli occhiali, la camicia a scacchi e lo Schurz, il tipico grembiule blu sudtirolese, è al bancone del bar che parla con suo nipote, il figlio di Stefan e Judith, che fa la stagione come cameriere.
“Anche se ormai ha 87 anni”, continua Stefan, “in estate viene su in macchina da solo almeno una volta in settimana. Questa qui è la sua creatura, l’ha costruita con le sue mani pezzo per pezzo. Ha fiducia in noi, ma fa fatica a separarsene.”

il vecchio e il nuovo si incontrano

Altri tempi, altre necessità

“Quando io e Judith abbiamo preso in gestione il rifugio, nel 1992, avevamo appena 25 anni. Io mi ero appena laureato in economia e commercio e anche se avevo lavorato qui alcune estati da ragazzo, Max aveva dei dubbi ad affidarmelo. Ai suoi occhi ero uno che aveva studiato, non un uomo pratico come lui. Tuttavia si è convinto abbastanza in fretta. Anche senza di lui al comando gli affari hanno continuato ad andare bene e pure noi, a un certo punto, abbiamo deciso che la struttura andava ingrandita: in varie fasi, da 70 posti letto siamo passati a 120, ci siamo collegati alla corrente e alla rete fognaria dell’Altopiano, così da non dover più usare generatori a gasolio. I locali sono stati ampliati più volte, ma sempre in modo separato, senza una visione di insieme. Ogni volta che un ambiente andava bene per il flusso di gente in costante aumento, un altro si rivelava troppo piccolo.
Nel 2013 abbiamo deciso di cambiare strategia”.

Il premio

Nel 2015 i due architetti Paul Senoner e Lukas Tammerle hanno vinto la sezione Turismo del Premio Architettura Alto Adige 2015 per il rinnovamento del rifugio Alpe di Tires. La nuova struttura, che ho potuto visitare assieme a Stefan, mostra elementi e soluzioni contemporanee, sia per estetica che per funzionalità, ma allo stesso tempo si percepisce un forte dialogo con il vecchio edificio, di cui sono rimaste alcune parti. Come si è evoluto il modo di costruire da quando il nonno Max risaliva da solo la val Ciamin con i pezzi del suo rifugio sulle spalle? Che cosa è rimasto lo stesso?

stefan e gli architetti hanno i

Un nuovo modo di costruire

Per capirlo sono andato a Castelrotto, a pochi chilometri in linea d’aria dal rifugio, a trovare i due architetti Paul e Lukas nel loro studio, che hanno ricavato in un vecchio maso di montagna in legno e pietra.

paul senoner e lukas tammerle

“Quello che ha fatto Max Aichner negli anni ’50 è incredibile, ma oggi sarebbe impensabile”. Queste sono state le prime parole di Lukas. “Ora è il tempo a costare caro, non più il materiale. Oggi ci si prepara molto bene prima, si scelgono materiali leggeri per facilitare il trasporto in quota e durante la fase operativa si cerca di essere precisi e veloci.
In montagna serve avere una buona capacità di adattamento ai limiti ambientali imposti dal contesto. Se il cantiere è raggiunto da una strada, come nel caso del rifugio Alpe di Tires, il trasporto del materiale è relativamente facile ma può essere bloccato, per esempio, da una forte nevicata. Se ci arriva solo la teleferica o l’elicottero non è la neve ad essere un problema, ma il vento. Ogni rifugio è un caso a sé e va studiato a fondo”.

La funzionalità prima della forma

Se dal punto di vista esecutivo i cambiamenti rispetto a 60 anni fa sono radicali, la parte di progettazione offre altre sfumature. È Paul a spiegarmelo:
“Quando costruisci in città le tue scelte estetiche devono tenere conto del contesto in cui ti trovi: il colore dei tetti, delle altre facciate, dello stile architettonico predominante. In montagna non hai altri fabbricati accanto. Il tuo edificio è un puntino piccolo e disperso nella natura, che è un architetto molto più bravo di te e un padrone di casa a volte capriccioso. Qui le necessità sono più di tipo tecnico. Costruire in alta quota è un po' come progettare viaggi spaziali: hai un sacco di altri problemi da risolvere prima di metterti ad abbellire la tua navicella. Nel caso di un rifugio hai bisogno che la struttura sia robusta, che gli spazi siano ottimizzati e che non ci siano sprechi di risorse materiali e di lavoro umano. Le richieste, i suggerimenti e la fiducia di Stefan sono stati fondamentali per conoscere e affrontare tutte le problematiche”.

la nuova sala

Come i masi di una volta

“Anche studiare le case di montagna si è rivelato utile: i masi altoatesini, in passato, non erano progettati da architetti, ma nascevano dalla conoscenza e dall’opera di più persone che nel corso del tempo miglioravano l’esistente con tante piccole innovazioni. Si trattava di evoluzioni lente che avvenivano nell’arco di generazioni, e i cambiamenti non erano provocati da esigenze estetiche, ma da problemi pratici che richiedevano soluzioni efficaci. 
Per noi è stato lo stesso. Quando abbiamo risolto i problemi tecnici, ossia la parte di statica e di volumetria, l’estetica del nuovo rifugio è venuta quasi da sé. Oggi molta architettura contemporanea, anche di montagna, parte dal disegno delle forme per elaborare poi gli spazi interni secondo le loro destinazioni d’uso. Il risultato è che alcune strutture non assomigliano più a delle normali abitazioni, ma piuttosto a delle astronavi. Il nostro progetto è andato nella direzione opposta, verso un modello più simile a quello dell’architettura spontanea e funzionale dei masi di una volta. Credo sia anche per questo che abbiamo ricevuto il premio nel 2015”. 

il primo piano del rifugio

Il più duro da convincere

Se ai clienti, a Stefan e a Judith il nuovo rifugio è piaciuto immediatamente, Max, che con la ristrutturazione ha visto scomparire parte delle travi e del cemento che aveva portato sulle sue spalle mezzo secolo prima, è rimasto scettico per un paio di stagioni. I vecchi montanari non si convincono facilmente.
Alla fine però si è lasciato scappare che sì, anche se quei due ragazzini (riferendosi a Paul e Lukas) avevano cambiato il suo stile, in fin dei conti non era così male. Senza voler essere ironici, è stato davvero un gran complimento. Max, forse, con quella sua frase intendeva dire che i due architetti hanno creato un qualcosa che rispetta la storia del rifugio, la sua anima, e che un giorno potrà diventare vecchio a sua volta, come in una specie di ciclo che si ripete e si rinnova in modi sempre leggermente diversi a seconda di chi lo interpreta.
I lavori sono durati dall’autunno 2013 alla primavera 2015 senza che il servizio al pubblico si interrompesse un solo giorno durante l’alta stagione. In quei due anni scarsi Paul ha visitato il cantiere circa settanta volte. Che ci fosse il sole o il cattivo tempo non ha mai preso la macchina per raggiungere l’alpe. Ogni volta è partito dalla sua casa di Castelrotto salendo a piedi per quei 1400 metri di dislivello.
 
Testo: Alessandro Cristofoletti
Foto: Alessandro Cristofoletti / Harald Wisthaler
Video: Miramonte/Andreas Pichler